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Diete a base vegetale: lo studio che mette a confronto nutrizione e impatto ambientale

Uno studio confronta dieta mediterranea, vegetariana e vegana valutando insieme adeguatezza nutrizionale e impatto ambientale. A parità di calorie, la composizione del menù incide in modo decisivo su emissioni, uso del suolo e consumo di risorse.

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Il dibattito sull’impatto ecologico delle scelte alimentari non è recente. Numerose ricerche hanno evidenziato come i regimi dietetici ricchi di cibi vegetali tendano a ridurre la pressione su risorse naturali ed emissioni rispetto a quelli che includono massicciamente prodotti animali.

La novità di un recente studio pubblicato su Frontiers in Nutrition sta nell’aver integrato due dimensioni solitamente analizzate separatamente: la completezza nutrizionale dei regimi alimentari e il loro peso ambientale, confrontati mantenendo invariato l’apporto calorico ed evitando posizioni ideologiche.

La metodologia dello studio spagnolo

La ricerca è stata condotta da un gruppo di scienziati spagnoli provenienti dall’Università di Granada, dall’Instituto de la Grasa, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e da altri istituti pubblici specializzati in nutrizione, epidemiologia e sanità pubblica.

Gli autori hanno analizzato quattro regimi alimentari: mediterraneo onnivoro, pesco-vegetariano, ovo-latto-vegetariano e vegano. L’obiettivo era comprendere cosa emerge quando la struttura del menù viene esaminata non solo rispetto alla salute personale, ma anche come elemento determinante della sostenibilità ecologica.

Il protocollo ha previsto la costruzione di menù settimanali da circa 2.000 chilocalorie giornaliere, rispettando le linee guida nutrizionali ufficiali. I prodotti animali sono stati sostituiti progressivamente con opzioni vegetali, mantenendo costante l’energia totale fornita.

L’adeguatezza dal punto di vista nutrizionale è stata verificata tramite database ufficiali sulla composizione degli alimenti e confrontata con le raccomandazioni dietetiche di riferimento. L’impronta ecologica è stata quantificata considerando le emissioni di gas climalteranti, l’occupazione di terreno agricolo e il fabbisogno idrico. Questo metodo ha permesso di isolare l’effetto specifico delle scelte alimentari, eliminando distorsioni dovute a squilibri nutrizionali o variazioni caloriche.

I risultati sul piano nutrizionale

I dati raccolti ridimensionerebbero alcune delle critiche più comuni mosse ai regimi vegetali. L’apporto di macronutrienti non presenterebbe differenze rilevanti tra i quattro modelli esaminati e tutti i menù garantirebbero il raggiungimento del fabbisogno proteico quotidiano.

Anche per quanto riguarda i micronutrienti, il panorama emergerebbe come uniforme. Deficit di vitamina D e iodio sarebbero riscontrabili in tutti i regimi testati, compreso quello mediterraneo, mentre la vitamina B12 costituirebbe un aspetto da monitorare specificamente nel modello vegano. Gli acidi grassi omega-3 si attesterebbero sotto i livelli consigliati in tutte le varianti e i grassi saturi rimarrebbero costantemente sotto l’8% dell’apporto energetico totale.

In sintesi, un regime vegano strutturato con attenzione non risulterebbe nutrizionalmente carente per principio, ma paragonabile a una dieta mediterranea riconosciuta come salutare, purché progettato in modo accurato.

Le differenze nell’impatto ambientale

È nell’ambito della sostenibilità che emergerebbero le distinzioni più evidenti. La ricerca documenta una contrazione progressiva dell’impronta ecologica in correlazione con l’incremento della componente vegetale nella composizione alimentare.

Confrontato con il modello mediterraneo onnivoro, il regime vegano determinerebbe una contrazione del 46% delle emissioni di CO2, una diminuzione del 33% nell’utilizzo di suolo agricolo e una riduzione del consumo d’acqua pari a circa il 6,6%. I modelli intermedi mostrerebbero miglioramenti graduali, confermando però che la presenza di alimenti animali, compresi quelli ittici, continua a generare un costo ambientale significativo.

Le implicazioni dello studio

Il merito principale di questa ricerca consiste nell’aver dimostrato che, con uguale apporto calorico e qualità nutrizionale, è la composizione del menù a definire l’impatto ambientale della dieta. Non si configura quindi come questione identitaria o normativa, ma come equilibrio quantificabile tra risorse impiegate, nutrienti acquisiti e conseguenze sugli ecosistemi. All’aumentare della frazione vegetale, l’impronta ambientale si contrarrebbe, senza che questo implichi necessariamente una compromissione dell’adeguatezza nutrizionale.

La conclusione degli scienziati non si configura come invito ad abbracciare un unico modello alimentare, ma come analisi sistemica. I regimi a base vegetale pianificati adeguatamente potrebbero conseguire livelli di sostenibilità considerevolmente superiori rispetto ai modelli onnivori, preservando un profilo nutrizionale equiparabile a quello della dieta mediterranea.

In un contesto dove l’alimentazione è sempre più interpellata rispetto ai vincoli climatici e sanitari, questo studio indica che la strategia più efficace non sia l’esclusione drastica di intere categorie alimentari ma una progettazione più ragionata dei menù. Modificare la composizione del piatto, secondo questa prospettiva, non equivarrebbe a una rinuncia, ma a una riconfigurazione del ruolo dell’alimentazione come sistema che collega benessere individuale e sostenibilità del pianeta.

Foto di Phúc Phạm: https://www.pexels.com/it-it/foto/verdure-assortite-su-vassoi-di-plastica-2955794/

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