La competitività dell’olio extravergine italiano non può dipendere soltanto dai costi di produzione. Per Redoro Frantoi Veneti, il futuro del settore è legato soprattutto alla capacità di conservare e valorizzare le caratteristiche che distinguono l’olivicoltura nazionale: la biodiversità, le produzioni territoriali e un patrimonio di circa 500 varietà di olivo.
È questa la posizione espressa da Daniele Salvagno, presidente di Redoro Frantoi Veneti di fronte a un mercato nel quale le quotazioni dell’extravergine italiano si stanno avvicinando sempre più a quelle del prodotto spagnolo.
«Facciamo di tutto perché l’olio italiano si salvi. Se il nostro extravergine arriva sul mercato quasi allo stesso prezzo di quello spagnolo dobbiamo chiederci che cosa stiamo facendo. L’Italia ha costruito la propria originalità su circa 500 varietà di olivo, territori diversissimi e una cultura dell’olio unica al mondo. Se rinunciamo a questa differenza per scimmiottare altri modelli produttivi, non possiamo poi stupirci se il mercato finisce per considerarci uguali».
Redoro investe nella produzione italiana
Per l’azienda veneta, sostenere l’identità dell’olio nazionale significa anche mantenere un legame concreto con le zone di produzione. Redoro continua infatti a investire nella filiera italiana, privilegiando la valorizzazione dei territori e delle attività che ne costituiscono il tessuto produttivo.
In questo percorso si inserisce il recupero di un antico frantoio a Bardolino, struttura legata alla tradizione olivicola del Garda veronese. Un intervento che riflette la scelta di mantenere vivo il rapporto con la storia produttiva locale.
«Credere nell’olio italiano significa investirci. Non possiamo difendere il Made in Italy soltanto sull’etichetta: dobbiamo mantenere vivi oliveti, frantoi, produttori, varietà e territori».
Salvagno richiama così l’attenzione sulla necessità di affiancare alla valorizzazione commerciale dell’extravergine un impegno diretto nella conservazione della filiera.
Un Osservatorio per il patrimonio olivicolo veneto
Nella prospettiva indicata da Redoro assume rilievo anche la recente istituzione dell’Osservatorio Olivicolo Veneto, la cui gestione è stata affidata dalla Regione a Veneto Agricoltura.
L’iniziativa nasce con l’obiettivo di approfondire la conoscenza del patrimonio olivicolo regionale, seguirne l’evoluzione, riconoscere le aree maggiormente esposte all’abbandono e favorire interventi di valorizzazione.
Per il presidente di Redoro, tuttavia, la tutela delle produzioni deve procedere insieme a un lavoro di comunicazione capace di spiegare ai consumatori quali caratteristiche distinguono l’olio italiano.
«Bene l’Osservatorio Veneto e benvenuta ogni iniziativa che aiuti a non smarrire questa ricchezza. Ma il punto decisivo è riuscire a far comprendere al mercato perché l’olio italiano è diverso. Se produttori, istituzioni e imprese non riusciranno a difendere e raccontare questa distintività, non sarà soltanto il differenziale di prezzo a scomparire: rischierà di scomparire la ragione stessa per cui un consumatore sceglie e paga un olio italiano».
Quotazioni sempre più vicine tra Italia e Spagna
A rendere particolarmente attuale la riflessione sono i prezzi dell’extravergine. Il confronto tra le quotazioni di Foggia e Jaén evidenzia una differenza di appena 67 centesimi al chilo, con l’olio italiano a 4 euro e quello spagnolo a 3,33 euro.
In passato lo scarto aveva raggiunto anche i 4-5 euro al chilo. La sua progressiva riduzione rappresenta, secondo Salvagno, un segnale da non sottovalutare, perché rischia di indebolire il riconoscimento economico delle specificità produttive italiane.
La questione riguarda anche il confronto tra modelli agricoli. Gli impianti superintensivi permettono di concentrare la produzione su un numero limitato di varietà adatte alle alte densità e alla meccanizzazione della raccolta, favorendo il contenimento dei costi e l’aumento dei volumi.
Una struttura produttiva che si discosta da quella di gran parte dell’olivicoltura nazionale, caratterizzata dalla presenza di numerose cultivar e da una forte diversità territoriale.
«Non ha senso possedere un patrimonio di centinaia di cultivar e poi cercare di competere copiando sistemi costruiti per ottenere grandi volumi e abbassare i costi. Arbosana, Koroneiki o nuove varietà come Lecciana sono esempi di cultivar utilizzate o sviluppate anche per questi impianti. Non sono loro il problema: il problema è il modello. Se rendiamo la nostra olivicoltura sempre più simile a quella dei nostri concorrenti, alla fine anche il consumatore si domanderà perché dovrebbe riconoscere all’olio italiano un valore maggiore».
La pressione delle importazioni e il valore dell’origine
Nel quadro delineato da Redoro rientra anche la concorrenza internazionale, alimentata dalle importazioni di olio, comprese quelle provenienti dalla Tunisia nell’ambito dei contingenti stabiliti dall’Unione europea.
Di fronte a questa pressione competitiva, Salvagno ritiene che l’Italia non possa puntare a prevalere esclusivamente attraverso quantità maggiori e prezzi più bassi. La distinzione rispetto agli altri Paesi produttori deve invece restare legata alle caratteristiche del prodotto e della filiera.
«Se l’unico parametro diventa il prezzo al chilo, l’Italia ha già perso. La nostra risposta deve essere esattamente opposta: origine, biodiversità, qualità, tracciabilità e territorio. Sono queste le caratteristiche sulle quali dobbiamo costruire il valore dell’olio italiano».
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