Caffè, zucchero, latte e gas: mercati in movimento tra surplus e tensioni geopolitiche

Caffè, zucchero, latte e gas: analisi delle principali commodity tra correzioni di prezzo, surplus produttivi e tensioni geopolitiche internazionali.

0
49

I mercati internazionali delle principali commodity agricole ed energetiche mostrano dinamiche divergenti ma interconnesse. Le prospettive di raccolti abbondanti spingono verso il basso i prezzi di caffè e zucchero, mentre il settore lattiero-caseario tenta di risalire da una fase deflattiva senza precedenti. A complicare il quadro, le tensioni geopolitiche in Medio Oriente alimentano un’impennata dei costi energetici con effetti a cascata su tutta la filiera.

Caffè: i futures cedono, ma le scorte restano un’incognita

Dopo mesi di quotazioni storicamente elevate, il mercato del caffè inizia a scontare le attese di una stagione produttiva più generosa. Tra gennaio e febbraio le contrattazioni sull’ICE hanno registrato perdite consistenti: l’arabica ha lasciato sul campo il 17%, la robusta il 14%. Il differenziale di prezzo tra le due varietà si è ridotto, pur mantenendosi su livelli ancora anomali rispetto alla media storica. Le aspettative ruotano attorno al Brasile, dove le prime proiezioni per la campagna 2026/27 indicano un incremento produttivo del 17% sull’anno precedente, con l’arabica come principale motore della crescita. Anche dall’Indonesia arrivano previsioni favorevoli, mentre il Vietnam sta incrementando il ritmo delle esportazioni grazie a una disponibilità di prodotto in aumento. Sul versante speculativo, le posizioni nette lunghe sull’arabica hanno raggiunto i valori più bassi degli ultimi due anni. Nonostante questo, il mercato non ha ancora trovato un equilibrio solido. Le riserve certificate di arabica sono sensibilmente inferiori ai livelli registrati dodici mesi fa; la Colombia registra una contrazione sia nella produzione che nelle esportazioni, mentre i flussi in uscita dal Brasile restano contenuti in attesa che il nuovo raccolto sia disponibile. Nel breve periodo le scorte ridotte e il contesto internazionale incerto alimentano potenziale volatilità, con un orientamento ribassista più solido atteso solo nel medio termine.

Zucchero: i mercati prezzano un anno di abbondanza

Il ribasso dello zucchero prosegue su entrambi i fronti. A febbraio il grezzo ha ceduto il 3,8% e il bianco il 4% su base mensile; su base strutturale, le quotazioni si trovano oltre il 20% al di sotto della media degli ultimi cinque anni. Il differenziale tra bianco e grezzo si è fermato a 95,6 dollari per tonnellata, distante del 14% dalla media quinquennale. La pressione discendente riflette un bilancio globale ampiamente in surplus per la campagna 2025/26. La produzione brasiliana ha toccato 40,2 milioni di tonnellate, con una crescita dell’8% sulla media quinquennale; l’India ha rivisto al rialzo le proprie stime del 12% e ampliato le quote di esportazione di ulteriori 500mila tonnellate. In Cina, una possibile tassazione sulle bevande zuccherate potrebbe comprimere ulteriormente la domanda interna. Elementi parzialmente compensativi sono arrivati dal rialzo del greggio — il WTI ha guadagnato il 7,1% tra gennaio e febbraio — e dall’apprezzamento del real brasiliano (+2,75%), che rendono più conveniente la produzione di etanolo rispetto allo zucchero. Sul mercato europeo la flessione mensile si è attestata a -1% a febbraio, con scorte su massimi pluriennali e nuovi volumi dall’accordo Mercosur. Guardando al 2026/27, una riduzione stimata al -3% delle superfici coltivate potrebbe innescare un calo produttivo del 9% nell’UE, con un possibile ritorno a importatore netto.

Latte: la risalita è avviata, ma il percorso è lungo

Il comparto lattiero-caseario europeo mostra i primi cedimenti della tendenza ribassista che ha caratterizzato la seconda metà del 2025. A febbraio la piazza di Kempten ha registrato incrementi su tutti i principali prodotti: il burro ha recuperato il 2,4%, il latte in polvere intero il 4,1%, lo scremato il 12,7% e l’Edamer lo 0,4%. Si tratta di segnali incoraggianti, ma il confronto con i livelli di luglio 2025 restituisce ancora un quadro profondamente negativo: burro a -41,5%, latte in polvere intero a -27,8%, Edamer a -28,9%. Il latte intero tedesco spot quotato a Milano, pur avendo recuperato il 4,8% tra gennaio e febbraio, si posiziona ancora sui minimi dal 2016, con un divario del -63,8% rispetto ai valori estivi. Il prezzo medio alla stalla nell’UE ha perso l’1,9% tra dicembre e gennaio; in Italia, l’accordo di filiera per il primo trimestre 2026 fissa il riferimento a 530 euro per mille litri, circa il 7% in meno rispetto a novembre 2025. A mantenere sotto pressione i valori è un’offerta che non accenna a rallentare. Nella seconda metà del 2025 le consegne di latte nell’UE sono aumentate del 4,1% su base annua; a metà febbraio Germania e Francia mostravano incrementi rispettivamente del 5,8% e del 5,6%. Clima favorevole e minore pressione sulle mandrie — con le macellazioni in calo del 7,1% tra luglio e novembre 2025 anche per le restrizioni legate a bluetongue, afta e dermatite nodulare — hanno sostenuto questa espansione dell’offerta. Il rimbalzo delle quotazioni è stato favorito dall’indebolimento dell’euro (-2,4% rispetto ai picchi di gennaio) e soprattutto dalla riduzione dei dazi cinesi sui formaggi europei, scesi in un intervallo compreso tra il 7,4% e l’11,7% dal precedente 21,9%-42,7%. Un elemento di rischio rimane tuttavia il costo dell’energia: le fiammate del prezzo del gas legate alle tensioni mediorientali incidono direttamente su un settore ad elevata intensità energetica. Per il 2026 si prevede una produzione UE in lieve flessione e un graduale riassorbimento delle scorte, con prezzi in moderata ripresa.

Gas: stoccaggi ai minimi e nuova pressione sui costi energetici

Il mercato europeo del gas è tornato sotto i riflettori dopo l’escalation delle tensioni in Medio Oriente e il rischio concreto di interruzioni ai transiti attraverso lo Stretto di Hormuz. In appena tre giorni le quotazioni del TTF hanno superato il 50% di rialzo, attestandosi oltre i 50 euro per MWh. L’onda d’urto si è propagata immediatamente al mercato elettrico, con il PUN italiano oltre i 160 euro per MWh, a conferma del legame strutturale tra gas ed elettricità in Italia. Il punto critico per l’Europa riguarda la dipendenza dal gas naturale liquefatto, che copre circa il 40% del fabbisogno continentale. Lo Stretto di Hormuz rappresenta un nodo nevralgico per circa il 20% degli scambi mondiali di GNL: un’eventuale chiusura o limitazione dei flussi non colpirebbe direttamente le forniture europee — prevalentemente di origine statunitense — ma innescherebbe una riconfigurazione della domanda asiatica con effetti competitivi su scala globale. A rendere il sistema più vulnerabile concorrono i livelli di stoccaggio: a fine febbraio i serbatoi europei erano pieni al 30%, contro il 40% registrato nel medesimo periodo del 2024, toccando i minimi stagionali dal 2022. Il paragone con la crisi energetica di quell’anno resta tuttavia parziale: allora lo shock era localizzato in Europa a causa del taglio delle forniture russe via gasdotto. Oggi il rischio ha una natura diversa — più diffusa geograficamente e legata alle rotte del GNL — e si manifesta attraverso una maggiore competizione internazionale per le forniture, non attraverso una carenza fisica diretta per il mercato europeo.